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“A difesa della qualità e della libertà d’insegnamento”

Petizione promossa da Manifesto Scuola

di Redazione

La petizione promossa da Manifesto Scuola “A difesa della qualità e della libertà di insegnamento” evidenzia come sia in atto da almeno trent’anni una tendenza regressiva nella politica scolastica che, provvedimento dopo provvedimento, sta destrutturando la scuola italiana.

I governi di differente matrice politica sembrano concordare nel distruggere una scuola orientata alla formazione culturale degli studenti, anche cercando di eliminare le resistenze dei docenti migliori che continuano a sostenere la cultura e la qualità dell’insegnamento, imponendo l’adattamento ad un modello di scuola sempre più orientato ad una gestione aziendalistica, lontana dagli obiettivi culturali e civili sanciti dalla Costituzione.

Questa pressione si manifesta attraverso norme che limitano la libertà di insegnamento e che trasformano i docenti in “operatori” o “facilitatori” anziché esperti disciplinari.

Continua peraltro la pressione sui docenti, che non si sono ancora arresi a un modello di scuola sempre più impostata, da una parte, secondo un modello organizzativo interno di carattere aziendalistico, totalmente estraneo a quelli che dovrebbero essere i suoi obiettivi culturali e civili, così come sanciti dalla Costituzione repubblicana; dall’altra, sempre più simile a una struttura terapeutica velleitaria e fallimentare piuttosto che a un’istituzione con finalità di formazione culturale e civile. Tale pressione è progressivamente aumentata, con una serie di norme volte a limitare la libertà d’insegnamento e a dissolvere l’alto profilo professionale del docente come esperto di una disciplina, in una funzione impiegatizia di “operatore” o “facilitatore”, come recitano molti documenti ministeriali.

In questa direzione si collocano la bozza relativa alla nuova organizzazione dei concorsi per futuri docenti che prevede una prova scritta non disciplinare per accedere agli orali, concentrata su conoscenze pedagogiche, psicopedagogiche, didattico-metodologiche, informatiche e linguistiche. Questo filtro sembra mirare a selezionare solo docenti allineati con il pensiero pedagogico unico, privo di fondamento scientifico.

Inoltre, la petizione denuncia un attacco alla libertà di espressione dei dipendenti pubblici, inclusi i docenti, attraverso una norma che li obbliga ad astenersi da commenti che possano danneggiare l’immagine dell’amministrazione pubblica.

Una minaccia alla libertà di opinione e di espressione garantita dalla Costituzione italiana.

“A questo tentativo di selezionare solo docenti allineati con il pensiero pedagogico unico, si aggiunge un attacco maldestro alla stessa libertà d’espressione dei dipendenti pubblici e, per quanto ci concerne, dei docenti. Il DPR 13 giugno 2023, n. 81, relativo al «Codice di comportamento dei dipendenti pubblici», all’art. 11-ter, comma 2, recita che «In ogni caso il dipendente [pubblico] è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale». Una norma agghiacciante, in pieno contrasto con la libertà d’opinione e d’espressione tipica di uno stato democratico e sancita dalla nostra Costituzione: finalizzata a ridurre al silenzio chi sta combattendo da decenni una battaglia di civiltà, difesa e rilancio della centralità della cultura nella scuola e nell’università. Un tentativo di negazione autoritaria delle libertà inalienabili del cittadino che giustamente alcuni rappresentanti sindacali hanno subito individuato come anticostituzionale.”

La petizione, conclude, con l’invito ai “soggetti governativi a cui afferiscono queste decisioni a modificare immediatamente la bozza relativa alle nuove modalità di reclutamento dei docenti, evitando qualsiasi filtro di tipo ideologico e dando nelle prove concorsuali la giusta centralità alle conoscenze disciplinari. Invitiamo altrettanto risolutamente a rispettare le norme fondamentali della Costituzione e dei suoi principi democratici e a ritirare di conseguenza qualsiasi norma volta a limitare la libertà d’espressione dei dipendenti pubblici.”

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