Ottobre 21, 2021

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Metamorfosi della scuola italiana

di Vittorio Franzese

Ho iniziato ad insegnare alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Dunque, sono abbastanza vecchio per avere avuto modo di apprezzare la scuola così com’era prima dell’avvento dell’autonomia. Ogni docente veniva assunto per fare il suo mestiere: insegnare. E non esistevano ancora quelle armi di distrazione didattica che si chiamano “progetti”.

 

Il nostro progetto era il programma: un documento che recava gli argomenti di cui si componeva il tracciato epistemico della disciplina e alcuni principi di metodo. E ad ognuno di noi veniva chiesto di cucire un vestito su misura ad ogni alunno sulla base di quegli argomenti. Il modello cartaceo del vestito veniva chiamato “programmazione didattica”. La legge 517/77 ci imponeva di non pretendere le stesse cose da ogni singolo allievo, ma non ci vietava di “bocciare” gli alunni che non facevano il loro dovere. Nessuno (genitori, presidi, giudici, politici ecc.) si sarebbe mai sognato di dire che, se l’alunno non avesse studiato, la colpa sarebbe stata dell’insegnante. Era chiaro a tutti che la prima funzione della scuola fosse quella di far capire ai cittadini in “upgrade” che, per caricare i file nella materia grigia, non vi fosse altro modo che quello di piegare la testa sui libri per diverse ore al giorno.

 

Questo è quello che ci era stato insegnato e questo era quello che tentavamo di insegnare ai nostri alunni.

 

Le scuole erano comunità di pari dove i docenti eleggevano i collaboratori di quelli che allora si chiamavano presidi o direttori didattici. E vigeva una nobile consuetudine secondo la quale il preside, all’esito delle votazioni, doveva inchinarsi alla volontà del collegio dei docenti individuando quale vicepreside il docente che avesse totalizzato più voti. Già allora il preside aveva il diritto di scegliere il vicepreside. Ma si faceva così.

Poi a un certo punto, nel 1997, il governo decise che il modello a cui le scuole avrebbero dovuto rifarsi dovesse essere quello delle imprese. Anzi, delle fabbriche. E questa roba qui la chiamarono “autonomia scolastica”.

Le fabbriche hanno un padrone. E quindi i presidi e i direttori didattici dovettero cambiare veste diventando dirigenti di azienda, ops ... dirigenti scolastici. Alcuni (pochissimi in verità) rifiutarono di farlo e chiesero di essere restituiti al ruolo di provenienza. Cioè al ruolo di docenti. Tutti gli altri si adeguarono.

Dunque, il preside da primus inter pares (la definizione è del Consiglio di Stato) divenne dirigente scolastico e, cioè, capo. Poi, per completare la metamorfosi da scuola a fabbrica, vennero introdotte le Rsu, la contrattazione sugli incarichi, i progetti e lo staff della dirigenza. Vale dire, un gruppo di docenti, scelti direttamente dal dirigente, senza elezione, che accettavano e accettano tuttora di svolgere gran parte del lavoro del dirigente scolastico.

La conseguenza è che il dirigente è pagato per fare 100, 80 lo fa fare ad altri e continua ad essere pagato come se facesse 100.

Quando il mio preside di allora venne a sapere che i collaboratori non dovevamo più eleggerli in collegio, bypassò il problema confermando il vicepreside che avevamo eletto l’anno prima. Ma era un uomo d’altri tempi, cresciuto a pane e Latino.

 

Le avvisaglie del disastro imminente le avevamo già avute qualche anno prima, ma eravamo riusciti a stopparle. Quando inventarono il virus del fondo incentivante (l’antenato povero del fondo di istituto), un collega che si occupava del laboratorio di Scienze e Tecnologia, quando il preside lo informò che il suo lavoro in più sarebbe stato retribuito con tale fondo, rispose così: “Allora, preside, non lo faccio proprio”. Nello stesso periodo il Ministero cominciò ad inviare alle scuole i cosiddetti progetti. Capimmo subito che erano “armi di distrazione didattica” volte ad impedire ai Docenti di fare il loro mestiere. Ricordo ancora l’intervento di un collega in collegio: “Preside, ma io la Matematica quando devo farla?”.

 

Ce l’eravamo cavata con un po’ di ironia. E avevamo dalla nostra i presidi: uomini e donne di scuola come noi, che non avevano dimenticato da dove venivano. Poi andò sempre peggio. Arrivarono le prove Invalsi.

E capimmo che tutte quelle belle parole del vestito su misura per gli alunni (riesumate di recente anche dal Capo dipartimento del Ministero dell’istruzione, Versari, in una circolare) erano cose da mettere in soffitta.

Ok per il vestito su misura, basta con i programmi, ok per la programmazione, ma a patto che alla fine tutti gli alunni fossero stati in grado di risolvere lo stesso cruciverba. Le prove Invalsi, per intenderci.

In caso contrario, la colpa sarebbe stata dell’insegnante. Si chiama: “diritto al successo formativo”.

 

E siccome la scienza infusa non esiste, il motto “rem tene verba sequentur” venne sostituito dalla più moderna locuzione: “formazione obbligatoria per i docenti”. L’invenzione è recente: è stata introdotta da una legge, la 107/2015, che chiamano Buona Scuola. Dunque, non hanno cambiato solo la “scuola”, ma anche il significato dell’aggettivo “buona”. Che adesso significa esattamente il contrario della precedente accezione.

 

In altre parole, se l’alunno colleziona insufficienze (pardon: se non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissati), è l’insegnante che deve andare a lezioni private, non l’alunno.

E vai con ore e ore di formazione: pomeriggi interi ad ascoltare uno che fa un altro mestiere e pretende di insegnarti il tuo.

Oggi il disegno è chiaro. Il bravo docente non è quello che studia e insegna: è quello che fa i progetti, che colleziona attestati emessi a pagamento dalle più disparate consorterie (la collezione si chiama:“curriculum”), che passa i pomeriggi davanti al pc a fare i cruciverba (li chiamano “test”), che dice sempre di sì al dirigente (per chi dice di no hanno anche inventato una nuova qualifica: “docente contrastivo”), che fa le cose al posto del dirigente ed è pure contento (c’è chi sgomita per farlo) e, soprattutto, non si azzarda mai a contraddirlo quando pontifica durante le riunioni dei consigli di classe e del collegio dei docenti. Meglio ancora se lavora gratis.

Fenomeno, quest’ultimo, assai diffuso già prima dell’autonomia grazie ai “sani” principi neorisorgimentali inculcatici fin da bambini. Diciamola tutta, la rovina della coscienza di classe dei docenti italiani ha un nome e cognome: Edmondo De Amicis. Pace all’anima sua.

 

Dunque, la trasformazione della scuola da organo costituzionale (made in Calamandrei) ad impresa commerciale, con tanto di padrone e operai sottomessi gerarchicamente al capo, è ormai giunta a compimento.

 

Ed è solo grazie alla silenziosa resistenza dei Docenti, specie di quelli della vecchia guardia, se nonostante tutto riusciamo ancora a produrre eccellenze individuali e cittadini consapevoli. Non sempre, a dire il vero, ma ci proviamo con accanimento.

Ma fino a quando? Fino a quando riusciremo ad opporre resistenza al pensiero unico volto all’asservimento generale? E soprattutto, le giovani generazioni di docenti indottrinate in questo tipo di scuola (e anche dalla televisione e dai social) fino a quando riusciranno a “produrre” cittadini invece che schiavi? Siamo forse all’epilogo della metamorfosi della scuola italiana? Naturalmente, ci auguriamo di no ed auspichiamo una decisa inversione di rotta. Ogni fenomeno sociale ha i suoi ritorni, una regola alla quale certo non potranno sottrarsi l’educazione e la formazione.

 

 

 

 

 

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