Dicembre 01, 2022

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Identità culturale e professionale del docente nella società della complessità¹

Il tema richiede qualche considerazione preliminare di natura terminologica, giacché comporta in via preliminare una sua pur essenziale precisazione intorno alla definizione di “complessità” nella sua accezione attuale.

Prescindendo, inoltre, da qualsiasi pretesa di esaustività in relazione ad un tema che andrebbe affrontato su più versanti e con tempi più distesi di quanto non consenta l’occasione, mi auguro comunque di riuscire ad evitare molti omissis e di fornire qualche spunto significativo di riflessione suscettibile di ulteriori personali approfondimenti.

Preciso subito che il termine “complessità” in quanto etimologicamente legato al verbo latino complecti che significa “abbracciare, stringere, racchiudere” e “comprendere” nel senso primario di “prendere insieme”, indica secondo il dizionario sia ciò che risulta dall’insieme di più parti intrecciate tra loro, sia ciò che si manifesta in una molteplicità di aspetti. Esiste però un’accezione attuale del termine che ha avuto origine in ambito scientifico: si deve ad IIya Prigogine, premio Nobel per la chimica nel 1977, la prospettiva in base alla quale lo studio di settori specialistici come fisica, chimica, ecologia e scienze sociali dovesse essere attuato osservando tali settori come sistemi tra loro interagenti, sicché egli può essere considerato a giusto titolo uno dei pionieri della scienza della complessità. Scienza che ha generato la teorizzazione di sistemi complessi applicati agli esseri viventi e all’uomo, per cui è nata una “epistemologia della complessità” con ampie ricadute sul piano scientifico, filosofico e tecnologico, ma anche su quello della volgarizzazione mediatica con il rischio di semplificazioni fuorvianti e dell’impoverimento concettuale del termine.

In forma alquanto riassuntiva per le già citate esigenze di tempo mi limiterò a ricordate che l’affermarsi della nozione di “complessità” implica l’abbandono del riduzionismo e di un’idea di deterministica di causa/effetto a favore del concetto di non-linearità. Non-linearità si ha quando i vari elementi o aspetti di un problema risultano legati tra loro in termini di interazione tale da non consentire la loro separazione per risolvere il problema procedendo passo passo o “a blocchi”. Ne consegue che il complesso risulta diverso dalla somma delle parti e si assiste ad effetti nuovi, come il comportamento emergente. Da queste impostazioni teoriche derivano modelli appunto complessi relativi a diversi ambiti, da quelli più strettamente scientifici a quelli sociali. Proprio per entrare più direttamente nel tema di questo intervento tralascerò ulteriori approfondimenti di tipo epistemologico per focalizzare gli aspetti più propriamente sociologici e pedagogici.

L’epistemologia della complessità riguarda in senso lato la cultura del nostro tempo in quanto propone un “atteggiamento complesso” nell’analisi dei fenomeni e dei problemi, consistente nell’integrazione del tradizionale approccio analitico con un approccio sistemico. Se si applica questo atteggiamento all’analisi della società si considerano tutti i suoi aspetti come interagenti tra loro e si evita il rischio di uno schematismo riduzionista non in grado di cogliere le variabili in gioco. Un “atteggiamento complesso” permette di cogliere la complessità: non è un gioco di parole, se torniamo alla duplice accezione del termine complessità segnalata in apertura. Come si è detto, complessità è legata al “prendere insieme” (dunque ad interconnettere, all’avere un atteggiamento “complesso”), ma indica anche ciò che si manifesta in forma varia e molteplice.

E’ sotto gli occhi di tutti che quella odierna è una società “complessa” perché provvista di una fisionomia variegata, di inabilità e precarietà acuite dalla crisi economica, segnata dalla invasività e pervasività delle tecnologie e dell’informazione, dalla difficoltà di gestire la dialettica globale/locale, per citare soltanto gli aspetti più appariscenti. Una società che va letta e interpretata per poter assumere in essa un ruolo attivo.

E’ questo, a mio avviso, lo snodo che consente di ricollegarsi agli aspetti della questione più attinenti alla problematica educativa. Le ricadute del pensiero complesso su di essa costituiscono materia di riflessione per Edgar Morin, che in un suo non recentissimo saggio (La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, edito nel 1999 e pubblicato in Italia l’anno successivo) parte dall’assunto che nell’attuale contesto globale e complesso alla sempre maggiore multidimensionalità dei problemi si contrappone l’incapacità di pensare in termini multidimensionali a causa della parcellizzazione del sapere e dell’inadeguatezza dei giovani a contestualizzare e integrare le conoscenze, cosa per Morìn riprovevole visto che l’attitudine a contestualizzare è propria della mente umana. L’integrazione delle conoscenze a suo avviso ci permette di orientare la nostra vita e ci mette in grado di affrontare le tre grandi sfide del nostro tempo: la sfida culturale, quella sociologica e quella civica. La prima impone una corretta considerazione della cultura umanistica e di quella scientifica nelle loro specificità e nella foro integrazione; la seconda implica la necessità che l’informazione venga padroneggiata e integrata dalla conoscenza, a sua volta sostenuta dal pensiero; la terza, infine, consiste nella progressiva perdita di senso di responsabilità e di solidarietà essenziale per la convivenza umana.

Per Morin la “testa ben fatta .... ( giusta la frase di Montaigne “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”) è quella che dispone di un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi e di principi organizzatori in grado di catalogare i saperi e di dar loro un senso. Alla scuola tocca favorire la prima incoraggiando e stimolando la curiosità di conoscere e focalizzando i problemi della condizione umana del nostro tempo. Importantissimi sono per il Nostro l’esercizio del dubbio, il ricorso all’ars cogitandi che include l’uso corretto della logica deduttiva e induttiva, dell’argomentazione e della discussione (ricordo, per inciso, la valorizzazione della modalità dialogica fin dalla scuola dell’infanzia caldeggiata dalle Indicazioni Nazionali). Ribadisce la necessità di un pensiero “ecologizzante” in base al quale ogni evento o conoscenza vanno situati in relazione di inseparabilità con l’ambiente sociale, culturale, economico, politico, naturale, riflettendo sulle modalità con cui il contesto viene analizzato e chiarito. Si tratta di un pensiero che interconnette e che opera sui principi organizzatori delle discipline grazie a sette principi-guida tra cui segnalerò quello sistemico (conoscenza delle parti legate a quella del tutto), quello ologrammatico (la parte è nel tutto, ma il tutto è nella parte), quello dell’anello di retroazione o di feedback.

Morin scrive considerazioni profonde sulla funzione del docente, riconoscendo che non è un semplice impiegato né un esperto, ancorché la sua sia pur sempre una funzione e una specializzazione. Occorre a suo avviso vedere il compito del docente come un compito di salute pubblica, espressione che la dice lunga sulla preoccupazione del Nostro in ordine alla società attuale ma anche sul suo apprezzamento della funzione del docenti. Ad essi sono affidati cinque compiti che non riguardano solo la sfera cognitiva: promuovere la “testa ben fatta” che fornisca

l’attitudine ad organizzare la conoscenza, favorire la conoscenza della condizione umana, guidare nell’apprendistato alla vita e nell’apprendistato all’incertezza, educare alla cittadinanza.

La sintetica esposizione dei contenuti del volume di Morin fin qui condotta permette a mio avviso di evidenziare che in molti degli spunti da lui segnalati si avverte l’eco di una serie di atteggiamenti educativi e di strategie didattiche ben noti al dibattito e alla prassi degli ultimi decenni, quali l’apprendimento significativo, la compresenza nell’apprendere di fattori cognitivi e motivazionali-emozionali, l’auspicio di un più diretto legame tra i bisogni della società e le scelte di politica scolastica, la necessità di stimolare alla formazione dello spirito critico,l’importanza dei fattori meta cognitivi.

Consentitemi in sede conclusiva qualche notazione strettamente riferita al contesto scolastico italiano. Fino a qualche tempo fa al docente si richiedeva di essere “colto e progettista” sulla base di una corretta ricognizione dei bisogni dell’alunno e delle richieste del contesto sociale e territoriale. Ma di fronte ad una società complessa non basta la conoscenza di quella che machiavellianamente possiamo definire “la realtà effettuale”, per quanto da essa non si possa ovviamente prescindere. In una società complessa e “liquida” come sostiene Bauman non basta prendere atto dei bisogni e operare in vista del loro soddisfacimento. Morin stesso afferma che bisognerebbe avere una buona dose di quella che gli antichi Greci chiamavano metis e che contemplava intuizione, sagacia, elasticità mentale. attenzione vigile, ma anche capacità di previsione, per cercare di orientarsi in un mondo che non aiuta certamente a farlo. Una sfida dentro la sfida più ampia, che però a mio avviso avvalora ulteriormente la professionalità docente ed impone una tendenza a volare alto, a staccarsi da prassi routinarie e schematismi di comodo umanamente comprensibili ma professionalmente ingiustificabili.

Permettetemi di chiudere richiamandomi in una struttura ad anello all’accezione di complessità come compresenza di aspetti differenti e variegati. Bene, a conforto della nostra faticosa funzione credo si possa tranquillamente sostenere che i docenti sono pienamente edotti di una forma di complessità, quella delle classi costituite da individui diversi l’uno dall’altro, a cui la recente normativa sul BES riconosce specificità richiedendo ai docenti capacità attentive, culturali e didattiche sempre più ampie e a mio parere innervate di passione e di entusiasmo per una professione che, com’è risaputo, non è proprio come le altre. Vi ringrazio.

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¹ Relazione al seminario “Ex cathedra. Una professione al bivio”, svolto a Reggio Calabria il 17 febbraio 2014. 

Francesca Carla Neri




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